7 settembre 2008

NESSUNO TOCCHI WALTER

L’ultimo è stato Arturo Parisi, che ha accusato Veltroni di essere un leader peggiore rispetto a Berlusconi. Ma prima di lui era venuta la nascita di correnti e correntine all’interno del partito, miranti a difendere i più svariati interessi personali. E, per un Parisi che col suo solito tono provocatorio, attacca frontalmente, vi sono altri leader di partito che, al coperto di dichiarazioni di stima al segretario, lavorano giorno e notte alla sua delegittimazione.
Ed allora io dico basta
Dico basta e domando a questi signori: cosa sarebbe il partito senza Walter Veltroni? Quale è l’alternativa? Perché la verità è che non c’è alcuna alternativa.
Il Pd è nato con Veltroni, grazie a lui ha coinvolto milioni di persone nelle primarie del 14 ottobre, con lui ha rinnovato, almeno parzialmente la vecchia classe dirigente di Ds e Margherita.
Veltroni ha guidato il partito ad una tornata elettorale difficilissima, maledettamente vicina alla nascita del partito. Senza organizzazione, senza nemmeno un chiaro contesto valoriale, ma soprattutto segnati dalla negativa esperienza del governo Prodi, soprattutto in termini di consenso.
Nonostante che la sconfitta fosse pressoché certa, la candidatura di Veltroni ha creato un grande entusiasmo, dando l’idea di una possibile rimonta. Rimonta che purtroppo non c’è stata, o c’è stata soltanto in minima parte. E questo è un problema, uno spunto su cui riflettere, emblematico della distanza fra la sinistra ed il paese. Ma non mi si dica che la colpa è tutta di Veltroni, che ha combattuto con valore una battaglia che tutti davano per persa, limitando i danni.
Il punto più importante è d’altra parte questo: il Pd è in crisi, in grave crisi. Se ne esce tornando al partito degli apparati? Se ne esce con dieci correnti contrapposte? Se ne esce con i signori delle tessere che si spartiscono i posti?
Secondo me se ne esce continuando sulla strada delle primarie e del rinnovamento. Insomma, non con meno Veltroni., ma con più Veltroni. E questo, si badi, non vuol dire inibire il dibattito interno: le opinioni contrarie al segretario sono ben accette e possono anzi essere un buono stimolo per la discussione, ma devono essere esplicite e portate al voto negli organismi preposti. Eventualmente, si vada ad un congresso per risolvere una volta per tutte la questione del leader. Ma basta, basta, basta correnti e giochetti sotto banco. Basta delegittimare il segretario. Perché a forza di tirarla, a volte la corda si spezza. E se si spezza, saranno dolori per tutti, anche per i signori delle tessere.


Matteo Corbo

5 settembre 2008

Quattro passi per avere fiducia

«La fiducia» scrisse Hannah Arendt «non è una vuota illusione, e alla fine, è l’unica cosa che può far sì che il nostro mondo privato non diventi un inferno».
La fiducia, allora, è insieme qualcosa di concreto ed essenziale. Non possiamo farne a meno. Se non l'abbiamo, dobbiamo inventarcela.
Tra i vialetti e gli stand della prima festa del Partito democratico sono in cerca di motivi di fiducia. Non sono la sola: una sparuta processione di volti conosciuti da una vita, nelle sezioni, nei dibattiti, nelle file per le primarie. Un anno fa, in questo inizio di settembre era cominciata l’organizzazione dell’evento che avrebbe eletto Veltroni primo segretario del nuovo partito. Poi è accaduto di tutto: stesse facce al vertice, parlamentari nominati e scelti dalle correnti, elezioni straperse, e un governo di destra, pericoloso e imbroglione. Prospettive? Zero o giù di lì.
Voglia di reagire, non ne parliamo. Opinione pubblica, preoccupata del bene comune, inesistente, secondo la discussione innescata da Moretti.
«Prima o poi dovremo rassegnarci a fare l’opposizione» ci dice un depresso Altan nella sua ultima vignetta.
Forse non è qui che si deve venire a cercare fiducia e speranza. Qui sono anche fisicamente riconoscibili gli scontri estivi fra amministratori e responsabili politici del Pd. Si aspetta Veltroni, tra qualche giorno, reduce dalla speranza americana, a ridare qualcosa a questa gente, che nell’attesa concede il suo applauso a Antonio Di Pietro per la sua posizione sulla giustizia. Consoliamoci pensando che le feste di partito contano sempre meno, sostituite da manifestazioni diverse, come, dice “Il Corriere della sera” i dibattiti culturali di Cortina. Anche se è noto che la perla delle Dolomiti non è proprio la vacanza alla portata della classe operaia. Che per altro non c’è più, o è talmente preoccupata da altre cose essenziali per sopravvivere che difficilmente avrebbe voglia di ispirarsi all’ombra delle Tofane.
Ma, dice Hannah Arendt, della fiducia non si può fare a meno.
Provo a dire alcune cose che mi ridarebbero fiducia.
1): la certezza e dunque una solenne riaffermazione, che, come ha detto Gustavo Zagrebelsky a luglio, nell’incontro milanese di Libertà e Giustizia «non si può barattare un principio con una presunta utilità» e dunque che sui principi bisogna essere «fermamente intransigenti», pretendendo il rispetto dei «fondamentali della democrazia». Non usciremo da questa crisi di fiducia, di speranza, di assenza di opinione pubblica se penseremo che questo è il tempo di compromessi sui principi.
2): L’opposizione alla non-cultura del governo Berlusconi deve essere decisa, forte, visibile. Qualcuno pensa che Barack Obama avrebbe vinto le primarie o avrebbe chance nella corsa alla Casa Bianca se non avesse indicato chiaramente in Bush e in Mc Cain l’avversario da sconfiggere per il bene del Paese, se non avesse specificato punto per punto la differenza del suo progetto sociale e politico, se non avesse approfondito e non appianato il solco tra lui e l’altro? Se Obama non vincerà non sarà certo per il coraggio con il quale ha attaccato, ma per il colore della sua pelle. Ma io credo che vincerà e dimostrerà al mondo che cambiare si può.
3): l’opposizione deve essere “radicata” deve cioè poter contare su un partito che c’è, ed è radicato. Ma un partito non si radica sull’aria, ha bisogno di un terreno culturale, politico e soprattutto programmatico che per ora non c’è, e questo semplice fatto lo dicono tutti i leader del Pd. Serve tanto per cominciare un’agenda delle priorità. Quali sono le priorità del Pd per le settimane, i mesi a venire? Andrà dietro ai folli disegni del governo, penso alla giustizia ma non solo: federalismo cialtrone, scuole cancellate (e dove andranno a scuola i bambini che vivono in aree poco popolate? Li deporteremo tutti, o diremo che tornino a badare alle pecore, che la scuola è per i figli dei benestanti e basta?).
4): cercherà, il Pd, di riconquistare, Costituzione e regolamenti alla mano, un po’ di dignità e di potere al Parlamento o consentirà il progressivo impoverimento nel nome della rapidità delle decisioni e degli accresciuti poteri del Premier?
Ditelo, fatecelo sapere. Non solo perché è necessario a voi, a noi, per esistere e resistere.
Perché quel 25 ottobre che non arriva mai e che arriverà comunque quando i guasti maggiori saranno già stati compiuti, vorremmo anche noi cittadini depressi poter dire «Basta!» come lo ha detto Barack Obama. E trovare qualcosa di solido, la fiducia, appunto, per non tornare ai pomodori dietro casa (come ha detto Concita, a cui mando oltre al mio scontato affetto, quello di tutta Libertà e Giustizia).
Dopo la fine delle ideologie e poi dei partiti della prima Repubblica c’è stata la percezione che anche i principi fossero disponibili: giustizia uguale per tutti, diritti civili, dignità del lavoro, separazione dei poteri, libertà di opinione e di informazione. Come direbbe Obama, Berlusconi «just doesn’t get it», cioè non ne capisce nulla o non gliene importa nulla. Oppure ne capisce anche troppo e sa che su questo vuoto di diritti lui può fondare il suo potere forte. Perché tanto gli italiani non se ne accorgono nemmeno, presi come sono dalla difficoltà di arrivare alla terza settimana del mese o di programmare il futuro dei figli.
La fiducia, non dobbiamo perderla, affinché il nostro mondo privato non diventi un inferno. Ma nemmeno questo interminabile purgatorio è augurabile a chi sia riuscito a salvare un po’ di speranza.


Laura Bonsanti (Libertà e Giustizia)

3 settembre 2008

Pizza Alta Padovana

WHAT, WHERE, WHEN, WHO
Giovedì 25 settembre: PIZZA GIOVANI DEMOCRATICI dell'ALTA PADOVANA


Vi aspettiamo giovedì 25 settembre, ore 20.30, alla pizzeria Marechiaro di Cittadella (che si trova appena fuori da porta Treviso, davanti alla scuola media Luigi Pierobon).



WHY
"Il cambiamento può venire dal potere di molti, ma solo se i molti si uniranno insieme a formare una forza invincibile... la forza del singolo" (The power of one, regia di John G. Avildsen).

Vabbè, forse questo sembra più un incitamento stile "liberté, egalité, fraternité", mentre magari per invogliare a mangiare una pizza, in genere, basta dire che è molto buona ed eventualmente che costa poco -ed infatti vi invitiamo a mangiare una pizza che è molto buona e il prezzo è buono.

L'invito avrebbe potuto concludersi così, se l'altro giorno non avessi chiacchierato con un ragazzo/uomo (25 anni, insomma), il quale sosteneva che tanto i soldi girano sempre tra i soliti ricchi, specie petrolieri, che chi ha il potere sono i soliti pochi e tanto è tutto uguale e che non si può fare niente, perché chi non ha né soldi né potere non può che fare cose a cui è obbligato, che quando privatizzeranno l'acqua non ci sarà più niente da fare etc etc.. Insomma, quell'atteggiamento un po' superficiale, un po' menefreghista, un po' fatalista che io in genere chiamo: "voglia zero di impegnarsi in prima persona e tanta voglia di lamentarsi per niente", ma che in questo caso mi ha colpito particolarmente perché lui era VERAMENTE convinto di quello che diceva: era cioè convinto che esistano persone di serie A e serie B e che questa situazione sia immutabile. E convincere i ragazzi-uomini che fai parte dei pochi che decidono oppure sei uno di quei "singoli" che non hanno un minimo di "potere personale", il cui impegno è inutile perché tanto le cose non si possono cambiare, è una di quelle imprese che la mafia è riuscita sempre a compiere e dal quale sola ha tratto vantaggio. E sappiamo bene che la mafia non è un problema solo del Sud Italia.
Così, mentre a livello nazionale c'è un po' di confusione all'interno di questo Partito nuovo, fare veramente gruppo a livello locale, provinciale e regionale diventa l'unico modo per dare a questo partito davvero una "forza invincibile, formata dal potere di molti".Ho sentito parlare spesso della necessità di incontrarsi, ascoltarsi, dialogare, formarsi... Credo che quest'anno sia venuto per l'Alta Padovana il momento di fare la sua parte, iniziando magari con un po' di mozzarella e pomodoro, magari continuando con incontri di formazione comune, di incontri pubblici organizzati insieme e tutto quello che sarà necessario affinché 'sto partito/giovanile sia sì radicato nel territorio, ma soprattutto affinché diventi il mezzo grazie al quale le idee e la voglia di fare del ragazzino di Carmignano o della ragazzina di Onara diventino un ricchezza anche per chi abita a Montagnana (e viceversa, chiaramente).



VI ASPETTIAMO!


Laura Frigo


P.S.: se non avete mai visto il film citato, guardatelo!"

2 settembre 2008

Regolamento finanziario del PD: una vittoria per tutti i giovani democratici!

Generazione Democratica ha ottenuto un importante successo. Il 27 Agosto è stato approvato dall'Esecutivo del Partito Democratico di Padova il regolamento finanziario che prevede anche alcune norme sul rapporto finanziario tra il partito e l'organizzazione giovanile.

Da sempre G- dem si è battuta affinché la contrapposizione tra il "modello Sinistra giovanile" e il "modello Giovani della Margherita" venisse superata. Se da una parte riteniamo necessario e giusto l'autofinanziamento dall'altra crediamo che per salvaguardare l'autonomia dell'organizzazione giovanile e per avere la possibilità di crescere in termini di numeri e qualità, il partito debba stanziare un budget annuale che dovrà essere gestito in modo razionale e consapevole.

Sembra che questo principio, nonostante infinite discussioni con chi, oggi, sembra avere cambiato idea, sia passato. Siamo felici per il risultato ottenuto dai Giovani Democratici e per aver portato avanti un'istanza che, solo ora, è diventata comune a tutti.

Da oggi ci adopereremo affinché ciò che è stato deciso venga rispettato in modo da avere la possibilità di costruire un giovanile forte, autonomo e radicato su tutto il territorio.


Matteo Corbo ( Coordinamento regionale dei Giovani Democratici)
Paolo Tognon (Coordinamento provinciale dei Giovani Democratici)

Generazione Democratica

22 agosto 2008

Con Berlusconi la Giustizia va in vacanza


"Contro il decreto salva rete 4, il lodo Alfano, i taglia alla giustizia e i tentativi di uso del potere a fini personali. Contro chi si sente più uguale degli altri, in difesa di un sacrosanto principio costituzionale: la legge è uguale per tutti."












Fantasia al potere
, si sarebbe detto qualche anno fa. La fantasia e l'originalità sono stati i due ingredienti fondamentali dell'iniziativa organizzata da Generazione Democratica e Laboratorio 48' davanti al tribunale di Padova. Alcuni ragazzi si sono presentati in costume, con tanto di sdraio e ombrelloni, per manifestare contro il tentativo del Governo di mandare la giustizia in vacanza.
Ecco alcune immagini in attesa del montaggio di un video.








14 agosto 2008

Fino a quando...


Carri armati russi in territorio georgiano, atleti che gareggiano. Il rumore dei bombardieri, l’accensione del grande braciere olimpico. Queste sono state le immagini più ricorrenti nei telegiornali degli ultimi giorni: mentre a Pechino sono partite le Olimpiadi, in Georgia si combatte e si muore. Cosa lega questi due eventi apparentemente così diversi? La nuova politica di potenza russo – cinese. Entrambe le potenze hanno infatti da qualche anno cominciato a mostrare i muscoli al mondo. Ora la Cina, che fino a pochi mesi fa non lesinava comunque dimostrazioni di forza militare, si affida alla forza celebrativa delle Olimpiadi, consacrazione e suggello della sua prorompente crescita economica e politica. La Russia invece, forse pressata dagli ultimi eventi in Kossovo e, perché no, forse anche dall’arresto del fido Karadzic, usa i propri carri armati contro la piccola Georgia, colpevole di avere osato troppo, colpevole di avere chiesto il ristabilimento della legalità sul proprio territorio. C’è più in profondità un legame che unisce queste due potenze: entrambe sono regimi, dove i diritti dell’uomo sono violati ogni giorno, in entrambe il liberalismo politico è un’utopia, mentre quello economico è ormai divenuto realtà, ma lo è divenuto nella maniera peggiore, quello della disuguaglianza crescente fra ricchi e poveri, dello sfruttamento dei padroni sui dipendenti, del mercato come misura di tutte le cose. E poco importa che, allo scopo di giustificare il proprio potere, i governi di Russia e Cina sventolino vessilli diversi: quello appunto del liberalismo il primo, quello di un sempre più inconsistente comunismo il secondo.

La domanda che l’occidente si deve oggi porre è: fino a quando?

Fino a quando resteremo impassibili di fronte alle violazioni dei più elementari diritti civili e politici? Fino a quando permetteremo che i prodotti cinesi siano venduti sottocosto grazie allo sfruttamento degli operai? Fino a quando permetteremo a questi stati di calpestare ad ogni occasione propizia il diritto internazionale?

So che è difficile, so che ci sono consistenti interessi economici in ballo, so che talvolta in politica il dialogo serve più dello scontro. Però a volte è necessario prendere posizioni forti.

Sono sempre stato contrario al boicottaggio delle olimpiadi, grande festa di sport, ma forse quella era l’occasione per lanciare un segnale, per dire che non tutto va bene.

L’unico a parlare è stato George W. Bush, un politico col quale sono in disaccordo su tutto, un personaggio che, a proposito di diritti umani, si porta dietro la vergogna di Guantanamo, però perlomeno in quel caso ha parlato ed ha evidenziato la drammatica situazione dei diritti umani in Cina.. E Berlusconi? E Sarkozy, che tanto aveva minacciato nei mesi precedenti?

E sulla Georgia quale è stata la posizione di questi ultimi? E l’Unione Europea? Se la sono tutti cavata con un generico appello alla fine delle ostilità ed al ritorno allo status quo. Ma qual è questo status quo? Quello di una finta repubblica, l’Ossezia del sud, terra di smercio di droga e di armi, gestita in maniera dittatoriale dai rappresentanti di Mosca?

Mezzi di pressione l’occidente adesso ne ha, dalla denuncia di fronte alle istituzioni internazionali a questo deputate fino a misure di punitive di tipo economico. Penso che sulla tutela dei diritti umani e della legalità internazionale debbano essere oggi aperti gli occhi. Oppure li apriremo troppo tardi, quando l’ascesa di Russia e Cina le renderà inattaccabili dal punto di vista sia politico sia economico.

E questo è uno scenario davvero pericoloso.


Matteo Corbo

8 agosto 2008

SCUOLA FINALMENTE ASSUNTA... A 61 ANNI

Cara Unità, chi ti scrive è un neo-pensionato, ex bancario, che nei giorni scorsi ha ricevuto una gran bella notizia. O meglio l'ha ricevuta la propria consorte, da parte del Provveditorato agli Studi. Di che si tratta? Della comunicazione, a mezzo telegramma (vista l'urgenza!) di avvenuta assunzione, a tempo indeterminato, per l'insegnamento nelle Scuole Primarie. E qui chiunque, in questi periodi di magra infinita, esulterebbe di gioia e gaudio. Peccato che la mia signora, precaria da 26 anni, abbia raggiunto questo agognato traguardo alla giovane età di 61 anni.

No, cara Unità, non è un errore di battuta: mia moglie ha davvero ricevuto la lieta novella all'età, esatta, di anni 60 e mesi 8.
Ma la torta, come si sa, non è tale senza la ciliegina, anzi più di una: la scelta (obbligatoria) della sede d'insegnamento (fino allo scorso anno, da precaria, insegnava a soli tre chilometri da casa) è stata possibile soltanto per Villasimius (o più lontano ancora), ridente località turistica ad "appena" 70 chilometri dalla propria casa. L'altra ciliegia? Eccola: la legge prevede che, l'assunzione a tempo ^determinato, per il primo anno, sia considerata in prova..(?!). E non solo: l'assunto dovrà seguire, puntualmente, oltre all'insegnamento; corsi di aggiornamento continuo, sotto "tutor", pena il rischio di mancata conferma per l'anno successivo.
Ora io mi domando: ma come può uno Stato degno di tale nome, che si vanta di sedere al cosiddetto tavolo dei Grandi del Mondo, trattare in questo modo i propri cittadini? Come si può prendere una persona, che ora dovrebbe, finalmente, potersi godere una meritata pensione, e spedirla come fosse un pacco postale, con l'aggravio di oneri non più sostenibili, sia sotto il profilo fisico che economico? Ma i signori burocrati, comodamente seduti nelle stanze dei bottoni, avranno mai pensato di tenere conto, nelle loro decisioni, dei dati anagrafici dei destinatari? Penseranno mai, come nel caso di mia moglie, che i primi alunni ai quali le ha insegnato le basi del conoscere, oggi possono tranquillamente essere già laureati e magari dei padri di famiglia? E infine, alla luce di quanto siamo costretti a subire, nella totale impotenza, che segnale di speranza ed ottimismo si può dare alle centinaia di miglia di giovani precari, che dopo anni di sacrifici, si approcciano fiduciosi al mondo del lavoro? Ti prego, cara Unità, puoi dire - non tanto a me, ma soprattutto a loro, ai giovani e tra essi ai miei quattro figli - in che mondo viviamo? Perché a me sembra di vivere in una Italia ormai totalmente intorpidita dai "media" di regime, inebetita da un continuo, incessante, bombardamento del nulla; una società drammaticamente incurante di ciò che le accade intorno e di quanto potrebbe tragicamente vedere se dovesse risvegliarsi da tanto torpore. Per ciò che mi riguarda, è da molto tempo ormai che mi pare di vivere in un Paese abitato da marziani; Paese che, comunque, continuo ad amare, ma dal quale talvolta, credimi, vorrei tanto scendere.


Luigi Putzolu Capoterra (Cagliari)

4 agosto 2008

La generazione perdente che va a destra

Ilvo Diamanti - La Repubblica
Rifondazione Comunista è implosa. Prima alle elezioni politiche del 13 aprile, dove è rimasta esclusa dal Parlamento. Poi, al congresso, dove si è divisa in due pezzi quasi uguali, a sostegno dei candidati alla segreteria: Vendola e Ferrero, il vincitore.

Anche se, in effetti, il partito è assai più frammentato, perché, fin dalle origini, raccoglie molteplici componenti dell´opposizione radicale di sinistra. Una galassia ai margini del sistema politico. "Minoranza", per definizione e per vocazione. Ma, anche per questo, uno dei riferimenti politici più significativi per i giovani. I quali hanno di fronte un futuro aperto. Amano le utopie. Pensano che sia possibile afferrare i sogni. Raggiungere "l´isola che non c´è". E cercano, inoltre, di definire la propria identità tracciando confini netti fra se stessi e gli altri. Contro padri e padroni. Per questo molti giovani hanno guardato alle posizioni più radicali della sinistra (ma anche della destra) con maggiore passione rispetto alle altre generazioni.

Oggi, però, ciò non avviene più. L´implosione (l´eclissi?) di Rifondazione Comunista è un segno, ma non il solo, del distacco dei giovani dalla sinistra. Non solo radicale, anche moderata. Si tratta della fine di un ciclo breve, che durava dall´inizio di questo decennio (millennio). Da quando, cioè, i giovani erano tornati a votare a sinistra, dopo circa trent´anni. Passata la vampata del Sessantotto, infatti, si erano raffreddate in fretta le speranze di cambiamento che avevano mobilitato ampi settori della società e, in particolare, i giovani. Frustrate dalle utopie del terrore, negli anni Settanta.
Dal crollo dei muri e delle ideologie, negli anni Ottanta. Infine, in Italia, dalla fine della prima Repubblica e dei soggetti politici che l´avevano accompagnata.

Dopo la stagione dei movimenti era emersa una generazione "senza padri né maestri" (per citare il titolo di un saggio di Luca Ricolfi e Loredana Sciolla), che si era rifugiata nella "vita quotidiana" (come evoca un altro testo, scritto da Franco Garelli). La domanda di cambiamento era defluita altrove, soprattutto nella partecipazione volontaria. Un fenomeno diffuso, cresciuto a contatto con i problemi di ogni giorno.

Così i giovani erano divenuti "invisibili". Confusi nell´ambiente sociale e locale. Pur diventando appariscenti sui media. Consumatori ed essi stessi consumo. Bersagli e attori di ogni campagna pubblicitaria. Protagonisti di serial e reality televisivi. Politicamente, si erano spostati al centro. Oppure "fuori" dalla vita politica. A sinistra, invece, erano rimasti i loro genitori. Quelli della mia generazione, che nel Sessantotto avevano intorno a 18 anni. Nati dopo la fine della guerra, nei primi anni Cinquanta.

A metà strada, fra noi e i nostri figli, una "generazione perduta", come l´ha definita Antonio Scurati in un suggestivo (auto) ritratto pubblicato sulla Stampa. Nata alla fine degli anni Sessanta. Mentre la "rivoluzione" bruciava e si consumava altrettanto rapidamente. Nel 1989, vent´anni dopo, scrive Scurati, nella notte in cui cadde il muro "finì un´epoca della politica, ma per la mia generazione non n´è mai iniziata un´altra. Non a sinistra, quanto meno".

Infatti, fino alla conclusione del secolo, la classe d´età orientata a sinistra più delle altre è progressivamente invecchiata, da un decennio all´altro. I ventenni del Sessantotto. I trentenni negli anni Settanta. I quarantenni negli anni Ottanta. I cinquantenni negli anni Novanta. E via di seguito. Una generazione di nostalgici, che votano allo stesso modo, un po´ per speranza, un po´ per abitudine.

Solo dopo il 2000 i giovani sono tornati a sinistra. Soprattutto i "più" giovani. I miei figli. I fratelli minori di Scurati (se ne ha). In particolare gli studenti. Per diverse ragioni. La comune condizione di incertezza li ha resi inquieti. Una generazione senza futuro. La prima, nel dopoguerra, ad essere convinta (con buone ragioni) che non riuscirà, nel corso della vita, a migliorare la posizione sociale dei propri genitori.

Poi, l´attacco alle torri gemelle e la guerra in Iraq. La globalizzazione economica e politica. Hanno alimentato l´insicurezza e il senso di precarietà, soprattutto fra i giovani.
Che hanno "una vita davanti". Ma quale? Li hanno spinti a mobilitarsi e a manifestare (soprattutto gli studenti). Anche per sentirsi meno soli.I (più) giovani, infine, hanno maturato una competenza comunicativa e tecnologica diffusa. Capaci di stare in contatto fra loro, senza limiti di spazio e tempo. Di sperimentare linguaggi nuovi, inediti e largamente incomprensibili agli adulti. Sono divenuti una tribù. Mischiati agli adulti, eppure separati da essi. I (più) giovani. Quelli nati negli anni Ottanta, al tempo della caduta del muro. Quelli che non avevano conosciuto il Sessantotto, il terrorismo, la Dc e il comunismo. Quelli per cui CCCP è un gruppo di rock progressivo e Berlino una città di tendenza. Si sono spostati a sinistra.

Perché dall´altra parte c´era Berlusconi. Il padrone dei media. Icona del potere nel mondo della comunicazione. A cui opporsi. Perché dall´altra parte c´erano gli amici di Bush e della guerra, ma anche i sostenitori del lavoro flessibile. Così, alle elezioni del 2001 e in quelle del 2006 i giovani hanno votato massicciamente a sinistra. Soprattutto, ripetiamo, gli studenti e i giovani con una carriera di studi più lunga.

Oggi questa stagione sembra conclusa. Era emerso anche nei sondaggi pre-elettorali, ma in misura minore a quanto si è poi verificato. Infatti, alle elezioni del 13 aprile 2008 (Sondaggio Demos-LaPolis, maggio 2008, campione nazionale di 3300 casi) appena il 31% dei giovani (fra 18 e 29 anni) ha votato per (la coalizione a sostegno di) Veltroni. Il 49%, invece, per Berlusconi. Una distanza larghissima, superiore a quella registrata fra gli elettori in generale. Alle "estreme" dello schieramento politico, invece, la distanza fra le parti si è annullata; anzi, quasi invertita. Il 3,2% dei giovani ha votato per la Sinistra Arcobaleno, poco più (oltre il 4%) per la Destra di Storace. Una tendenza ribadita, peraltro, dal voto degli studenti. Anche fra loro la coalizione a sostegno di Berlusconi ha superato il centrosinistra di Veltroni, seppure con uno scarto più ridotto: 42% a 37%.

Mentre la Destra radicale è, a sua volta, più avanti della Sinistra Arcobaleno: 6% a 4%. Vale la pena di aggiungere che Di Pietro, fra i giovani, dimostra scarso appeal. Anzi: il suo peso elettorale è più ridotto che nel resto degli elettori.

Quasi una svolta epocale, insomma. Naturalmente, la spiegazione più facile è prendersela con loro. I giovani. Sospesi fra precarietà e un mondo di veline e amici, sarebbero stati risucchiati in un nuovo riflusso "conservatore". Vent´anni addietro, a un osservazione del genere, Altan faceva replicare a Cipputi: «Mi devo essere perso il flusso progressista…». Per capire il deflusso dei giovani verso la destra e il non-voto, però, è più semplice soffermarsi sullo spettacolo offerto dalla sinistra, riformista e radicale.

Il Pd, attraversato da divisioni personali e di corrente. Intorno ai soliti nomi: Veltroni, D´Alema, Rutelli. Marini. Rifondazione: segmentata da fazioni e frazioni. Alcune che "pesano" il 3-4% in un partito stimato intorno al 2%. Pochi accenni, risaputi, evidenti a tutti. Sufficienti a comprendere perché la Sinistra non possa aiutare i 30-40enni della "generazione perduta" a ritrovarsi. Tanto meno i giovani – e gli studenti – a identificarsi. Si sentono una "generazione perdente".

Perché dovrebbero affidare il proprio destino, la propria rappresentanza a una classe politica "perdente" di professione?


Ilvo Diamanti
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