8 ottobre 2008

IL DIBATTITO SULLA FUGA ALL’ESTERO DELLE MIGLIORI RISORSE DEL NORDEST: COME DIVENTARE UN POLO DI ATTRAZIONE DI CERVELLI

Il professore ha appena terminato di scrivere sul libretto universitario la votazione dell’esame: “trenta/trentesimi”. Si toglie gli occhiali e punta il suo sguardo severo dritto negli occhi dello studente dicendo: “Lei promette bene, voglio darLe un consiglio: ha qualche particolare ambizione professionale?” Ipotizzando una risposta affermativa dallo studente, il docente aggiunge: “E allora se ne vada via, se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finchè è in tempo! Cosa vuole fare? Il chirurgo? Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi o in America, se ne ha la possibilità. L’Italia è un Paese da distruggere, un posto bello ed inutile. Qui rimane sempre tutto immobile. Uguale. In mano ai dinosauri”.
Questa scena non si è verificata qualche giorno fa in uno degli Atenei del NordEst, ma è tratta dal film, “La Meglio Gioventù”, di Marco Tullio Giordana. Certo le parole amare e disincantate del docente si sentono spesso in televisione e sulla stampa. Per i miei coetanei l’Italia rischia di rimanere un luogo carico di affetti, di speranze e di sogni, ma gravido di potenziali delusioni, anche professionali. Specialmente per coloro che scelgono la strada dell’università, della ricerca, delle professioni intellettuali. Leggo senza sorpresa la recente inchiesta de Il Gazzettino che denuncia come le migliori risorse del NordEst siano indotte a lasciare le nostre città ed i piccoli comuni per motivi economici, di carriera, di opportunità. Ed inevitabilmente penso a molti amici e volti che ho conosciuto negli anni universitari: penso al talento artistico ed umanistico di Maddalena che divide il suo impegno di ricercatrice tra il Belgio, la Spagna ed il Portogallo, penso all’economista Laura, un vulcano di idee e di risorse, assunta da piu’ di un anno in un centro di ricerca a Parigi e Marco, genio del computer e dell’informatica, che dopo un dottorato in California ora lavora in Google. Questi sono i piccoli grandi semi del NordEst che stanno sbocciando in altre parti dell’Europa e del mondo e che, con grande probabilità ormai il NordEst ha perso. Non credo tuttavia che questo sia un problema. Innanzitutto perche’ la scienza, il sapere e la ricerca non hanno confini geografici: sarebbe assurdo e controproducente invocare forme di protezionismo o federalismo accademico o intellettuale. In secondo luogo condivido le motivazioni illustrate recentemente da Ilvo Diamanti: viviamo in un sistema aperto, non possiamo piu’ rimanere ancorati all’idea di un NordEst chiuso, autosufficiente, anche per quanto riguarda il mercato del lavoro delle professioni intellettuali e della ricerca. “Se gran parte dei giovani ritiene necessario andarsene dall'Italia, - scrive il sociologo Diamanti- per inseguire un lavoro più adeguato alle loro competenze e alle loro aspettative, allora, meglio lasciarli andare. E se non ne hanno troppa voglia, invitiamoli a partire”. Cerchino dunque condizioni di vita piu’ favorevoli, sbocchi professionali all’altezza della preparazione ricevuta e delle loro ambizioni, un ritorno economico piu’ dignitoso ed equo di quanto potrebbero ottenere nel nostro Paese.
Molti politici ed opinionisti sono preoccupati per il fenomeno definito “fuga dei cervelli”: forse non dormono la notte pensando ad un potenziale vuoto di idee, proposte e risorse che incombe sul NordEst. E al mantra della “fuga dei cervelli” si sostituisce quello del “rientro”. Da questo punto di vista l’esito della legge Moratti-Berlusconi sul rientro dei cervelli è quasi vergognoso: da una recente ricerca pubblicata nel novembre 2007 risulta che a fronte di oltre 50 milioni di euro spesi e di 466 potenziali docenti che sono rientrati in Italia, solo 45 sono stati stabilizzati dai nostri Atenei. Un vero e proprio fallimento, se paragoniamo l’esito dell’analoga iniziativa spagnola che ha visto oltre il 50% dei docenti rientrati assunti dalle università.
Se dunque è opportuno adottare un atteggiamento “lasse faire” per quanto concerne il fenomeno della fuga dei cervelli e se i programmi di rientro si rivelano inefficaci nel contesto italiano, dobbiamo rassegnarci ad un futuro di declino? No, di certo. E’ necessario tuttavia identificare la vera sfida che il sistema economico sociale e politico nazionale deve affrontare. Abbandonando la retorica della fuga, dobbiamo lavorare sull’opportunità di diventare un polo di attrazione internazionale per le risorse intellettuali. Non dobbiamo impedire che i nostri giovani espatrino, ma dobbiamo realizzare le condizioni di sistema per attrarre le migliori competenze dal Giappone, dalla Cina, dal bacino del Mediterraneo e perche’ no, anche dagli Stati Uniti. Solo cambiando radicalmente la mentalità e cioè ragionando in un ottica di “attrazione dei cervelli” e non piu’ di fuga, riusciremo a produrre innovazione e garantire la competitività e la sostenibilità nel lungo periodo del nostro sistema economico e sociale. Le possibili linee di intervento non si limitano solo al miglioramento del trattamento economico delle professioni intellettuali, dei manager, degli innovatori o allo sforzo di rendere i territori piu’ culturalmente attraenti e fervidi secondo i suggerimenti di Richard Florida. Possiamo fare molto di più, ad esempio garantendo un orizzonte davvero internazionale alla formazione universitaria, promuovendo corsi di laurea e dottorato in lingua straniera, stringendo accordi specifici con università e Paesi Esteri emergenti come Brasile, India e Russia senza dimenticare di guardare al bacino Mediterraneo come un “mare nostrum” di competenze di talenti, di competenze, di risorse qualificate da attrarre nel nostro Paese. Solo in questo modo potremo trasformare il Nordest da terra di brain drain in un polo di attrazione di talenti, risorse e competenze, archiviando l’Italia dei dinosauri, della conservazione, l’Italia senza idee e senza ambizioni, che rischia di spegnere la voglia di innovazione e cambiamento dei ventenni e dei trentenni.

Paolo Giacon
Esecutivo Regionale del Partito Democratico del Veneto

7 ottobre 2008

Processo Mills, il Lodo non basta, il Caimano rischia grosso.

I giudici di Milano hanno inviato alla corte Costituzionale il Lodo Alfano: sarà la Consulta a decidere se è coerente con la nostra Carta Costituzionale una legge ordinaria che garantisce l'immunità a 4 cittadini( anche se è ovvio che la legge è stata fatta per le esigenze di un solo cittadino).

Ma è accaduto anche quello che l'avvocato del premier Ghedini, vero artefice nemmeno troppo le quinte del Lodo Alfano, temeva di più.

Il processo continua!!!!

Chi ha scritto la legge, causa la vigilanza del Capo dello Stato, che non avrebbe firmato, non è arrivato fino al punto di prescrivere la sospensione dei procedimenti a carico dei correi.

Accade così che , mentre il processo si ferma per Berlusconi, l'imputato di corruzione protetto dal lodo, continua per Mills, accusato dello stesso reato. Fosse condannato Mills, si avrebbe quindi una sentenza che afferma che c'è stata corruzione, con un corrotto ( Mills ) e un corruttore ( Berlusconi).

Catastrofe inimmaginabile per il premier.

Nonché grosso casino giudiziario per parlar chiaro.

Infatti, una volta condannato Mills, Berlusconi avrebbe diritto ad un nuovo processo, che però potrebbe essere celebrato solo una volta che il Lodo fosse definito incostituzionale oppure, se la Consulta lo convalidasse, solo una volta che il premier non fosse più tale ( e nemmeno presidente della Repubblica o di uno dei due rami del parlamento).
Questo processo non potrebbe più essere celebrato dall'attuale corte, che, avendo già emesso una condanna sulla stessa vicenda, non potrebbe più essere considerata "super partes".
Il nuovo collegio giudicante a quel punto, magari tra qualche anno, con Berlusconi quasi ottuagenario, potrebbe assolvere Berlusconi, con il conseguente paradosso giuridico: condannato il corrotto, si assolve il corruttore.
Ma non sono certo i paradossi giuridici quelli che turbano il premier ( le sue leggi sono lì per dimostrarlo) .
Quello che lo turba è il gravissimo contraccolpo di immagine che ricaverebbe da una condanna di Mills.
E, ovviamente, non si preoccupa di quello che direbbero in Italia, dove una banda di corifei alla guida di buona parte dei tg più importanti, è già pronta ad oscurare in tutti i modi la notizia, ma di quello che direbbero all'estero.
Il premier è convinto di avere contribuito con la sua politica al prestigio dell'Italia e teme che questa vicenda possa danneggiarlo moltissimo sul piano dell'immagine.

Da questo punto di vista, però, possiamo tranquillizzarlo.
Né la sua politica, né, tanto meno, le sue performance ( v. la sceneggiata al Parlamento Europeo di qualche anno fa con gli insulti a Shultz) hanno dato prestigio all'Italia.La condanna di Mills aggiungerebbe al quadro che hanno di lui nel mondo solo qualche pennellata in più.
Perché, parliamoci chiaro, Silvio non è De Gasperi.
E nemmeno Fanfani.
E' Silvio e basta.
Cioè un pifferaio seguito da una banda sempre più folta di topi.
Italiani.


Vincenzo Cusumano

6 ottobre 2008

L’apartheid: viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo a Nord-est

Titolo: L’apartheid: viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo a Nord-est
Autore: Toni Fontana, nato a Feltre (Belluno) e giornalista del L’Unità
Introduzione: Walter Veltroni
Capitolo 14: I venti anni di Meryem Note: questa storia non è inventata, ma vera. La ragazza è fatta di carne e ossa che potete vedere QUI e la sua battaglia è testimoniata in numerosi articoli come QUESTO.

I VENTI ANNI DI MERYEM
Ormai vengo spesso in piazza dei Signori , bella e accogliente, con i tavolini del bar ‘Signori e signore’ sempre pieni di gente e i camerieri che trottano tra un tavolo e l’altro. Meryem è puntualissima, “Sai” esordisce indicando i tavolini della pizzeria che si affaccia sulla piazza centrale di Treviso “ho lavorato lì per alcuni mesi e questi luoghi li conosco bene.”
Meryem ha 21 anni, è carina, i capelli crespi e nerissimi coprono un viso minuto e delicato, un po’ nascosto dagli occhialini.
Non si può non crederle quando dice che sugli autobus si rivolgono a lei parlando in italiano e si lamentano degli extracomunitari, salvo poi fare un passo indietro quando scoprono che è marocchina. Ma se non è lei a dirlo è difficile, se non impossibile, scoprirlo. Parla con un accento della Marca, non molto evidente e percepibile, ma padroneggia così bene l’italiano che non passa per la mente di chiederle da quale paese proviene.“Avevo dieci anni quando mio padre mi ha portata in Italia da Casablanca, lui viveva qui da molti anni, dal 1987, e aveva già girato diverse città prima di stabilirsi a Treviso, era stato per un certo periodo anche in Spagna. Subito ho fatto amicizia con altre bambine italiane e ho imparato la lingua, all’inizio non ho incontrato problemi. Poi quando ho iniziato la quinta elementare ho cominciato a sentire le prime battute razziste.” […]
Ora Meryem studia economia internazionale all’università di Padova e lavora “per alcune ore, ma con contratto a tempo indeterminato” per un’importante catena di grandi magazzini. Il lavoro non manca , non si tratta di nascondere il fatto che qui nella Marca le occasioni sono cento volte più numerose che in altre parti d’Italia. Ma qui sta il punto. Di quale integrazione stiamo parlando?
“A scuola, soprattutto alle medie, mi offendevano quasi tutti i giorni” ricorda Meryem “io mi sono abituata a rispondere, fin che è possibile mi difendo con le parole, quando superano il limite e non vi sono alternative, meno le mani”.
La ragazza è delicata e cortese, educata e parla con estrema calma, è difficile immaginarla mentre prende a sberle qualche coetaneo che, mi viene da pensare, se l’è andata a cercare.
“Se non reagisci,” prosegue “ti abitui a subire, a non contrastare. Alcuni studenti di origine marocchina come me non ce la fanno a reagire, sono intimoriti, incassano. Ma ciò è molto pericoloso perché chi subisce finisce poi per covare rabbia e aggressività e quando poi cresce si sfoga sviluppando una violenza cento volte superiore. Non mi sono mai occupata di politica e ho sempre accarezzato un sogno, quello di formarmi e studiare qui nel Veneto e poi andarmene, da qualsiasi parte, in un luogo in cui la mentalità è più aperta. Qui hanno osato dire che veniamo dalla savana, che non abbiamo cultura. Molti di noi si nascondono, si vergognano di venire da un altro paese, di possedere altri valori ed insegnamenti. L’altro giorno stavo sull’autobus. Spesso, anzi quasi sempre, mi scambiano per un’italiana, una donna ha iniziato a parlare male degli immigrati e quando le ho detto che sono nata in Marocco ha fatto un passo indietro.[…]
Ora Meryem, Amina, Tahra e tante altre e tanti altri hanno fondato il gruppo Seconda Generazione che, scoprirò l’indomani, ha anche il sottotitolo: “Associazione padana per la tutela dei diritti dell’uomo e per il volontariato”. “Stiamo cercando una sede, siamo tutti giovani figli di immigrati, i genitori di molti di noi, come me, hanno il passaporto italiano e votano alle elezioni. Per domani abbiamo promosso la seconda manifestazione di protesta, poi, per un mese, ci dedicheremo solamente al volontariato. Ci occupiamo del recupero di coloro che cadono vittime della droga e dell’alcol. Abbiamo convinto due ragazzi a tornare a casa e a riprendere la scuola. Aiutiamo gli insegnanti di sostegno,i bambini che devono imparare l’italiano, ma alcuni valori, come quello della lealtà, devono essere insegnati solo da maestri madrelingua. Andremo negli ospedali per aiutare le gestanti che non parlano italiano, i malati che non riescono a farsi capire.”
L’integrazione? “Noi puntiamo sulla convivenza, sulla possibilità di vivere tutti assieme. Io e alcune mie amiche vogliamo andarcene di qua, ma molti di noi vogliono restare e sperano in un futuro migliore. Se le cose non cambieranno finirà come nelle banlieue di Parigi. Non ho paura del carcere se ci dovrò finire per difendere i miei diritti. […]
Noi stiamo lavorando per la terza generazione, quella che verrà, quella dei nostri figli che non sono ancora stati concepiti. La nuova generazione, quella che verrà dopo la nostra, vivrà in condizioni migliori, la società sarà abituata alla convivenza, anche la prossima generazione dei veneti non sarà razzista, per loro sarà normale stare assieme a giovani italiani nipoti dei primi immigrati. Se non me ne sarà andata manderò a scuola i miei figli in una società nella quale le discriminazioni saranno un lontano ricordo.”

Consiglio a tutti di leggere il libro di Toni Fontana, uscito da poco nelle librerie e propongo al giovanile di contattare Meryem e lavorare con lei per la prossima generazione, quella che verrà, che vivrà in condizioni migliori. Non è Meryem e chi come lei a dover lasciare il Veneto. Lei arricchisce Treviso dove vive e Padova dove studia. Lei e le sue amiche non sono una minaccia per la nostra cultura, la nostra storia e le nostre tradizioni. Abbiamo qui vicino una persona in carne ed ossa che incarna il più profondo spirito europeo di ricerca della libertà e la tolleranza della religione musulmana non fondamentalista. Non possiamo lasciarla sola, né lasciarci scappare l’opportunità concreta di fare qualcosa di importante.


Laura Frigo

3 ottobre 2008

Crocetta, simbolo dell'antimafia "Basta divisioni, entro nel Pd"

Il sindaco pdci di Gela minacciato dalle cosche e rieletto con il 64% dei voti "Ne parlerò prima con Diliberto: troppi ideologismi". L'incontro con Veltroni

ROMA - Dice che la "sinistra radicale rappresenta ormai un politica vecchia" perché "non c'è più solo il conflitto sociale, il mondo è cambiato e non hanno senso le divisioni dei progressisti". Rosario Crocetta è il sindaco di Gela, sindaco antimafia, protagonista, suo malgrado ovviamente, di conversazioni intercettate tra boss di Cosa nostra dove viene additato come un nemico, sei uomini di scorta giorno e notte. Crocetta è il fiore all'occhiello del Pdci, primo cittadino rosso in una terra dominata dal centrodestra, confermato per il secondo mandato con il 64 per cento.
"Il comunismo per me significa condividere certi valori, lottare per gli ultimi, per la Costituzione, per l'antifascismo. Ma non amo le ideologie e non sono mai stato marxista, neanche da giovane". Insomma, Crocetta ha incontrato Veltroni venerdì scorso in Sicilia, da tempo subisce il pressing del suo amico Beppe Lumia, senatore del Pd, e sta per fare il salto: lascia i comunisti italiani e aderisce al Partito democratico.

Non ha ancora preso una decisione definitiva. "Sto riflettendo". Parlerà con Oliviero Diliberto. Ma la scelta appare davvero vicina. Veltroni vuole portarlo sul palco della manifestazione del 25 ottobre, simbolo della Sicilia onesta che può persino vincere in una terra dominata dal centrodestra. Lui ha già pronunciato un mezzo sì: "Mi convince il progetto di cambiamento di Veltroni. È un politico contemporaneo, ha letto una mia intervista, mi ha chiamato, ci siamo capiti. Mi piace l'idea di una formazione politica post ideologica, un progetto che parla a tutta la società italiana". Naturalmente un sindaco antimafia ha anche bisogno di non rimanere solo con la sua battaglia. "La sinistra radicale non è più rappresentata in Parlamento e io devo avere un interlocutore. Lo faccio non tanto per me, non perché ho paura ma per il mio ruolo, per il mio lavoro".

Alle assemblee del Pdci il disagio di Crocetta cresceva via via: "Lì la Confindustria resta un nemico di classe. Ma quando torno in Sicilia, l'associazione degli imprenditori è una mia alleata nella lotta al pizzo, così come il comitato antiracket di Tano Grasso". Crocetta poi non crede all'efficacia di una "semplice testimonianza, di una battaglia di nicchia". E il comunismo? "Quello in cui mi riconosco lo sento anche nelle parole di Veltroni: solidarietà, difesa dei poveri, legalità. E il Pd non può rinunciare a questi capisaldi".

Il sindaco di Gela non nasconde la sua omosessualità. Senza sbandierarla, senza farne la cifra del suo stare in politica. Ma nel Pd troverà i fronti contrapposti nella partita sui diritti. "Molti anni fa guidavo un'unità di fabbrica dell'Eni con 600 operai. Se il mio essere omosessuale lì non è stato un problema, figuriamoci nel Partito democratico. Io sono omosessuale, cattolico praticante, vado a messa tutte le domeniche, partecipo a un gruppo pastorale. Non credo negli steccati, ma solo nel confronto". Parole che piaceranno a Veltroni.
Articolo di GOFFREDO DE MARCHIS
Tratto da La Repubblica del 1/10/2008
LINK originale

1 ottobre 2008

Le critiche della Destra ed i problemi del giovanile: come reagire

Il 27 settembre è uscito sul Il Giornale un articolo di Luca Telese, che descrive il processo di formazione dei Giovani Democratici. Questo articolo presenta un quadro nazionale frammentato e complesso e ovviamente mette in cattiva luce la situazione attuale. Scelta politica ovviamente...altro che cronaca. Appare inoltre particolarmente di cattivo gusto utilizzare fatti della vita privata, in particolar modo sentimentale, delle persone per sostenere l’esistenza di alleanze politiche, come fa Telese nell’articolo citato. Un’altra riflessione viene però da fare: l’articolo colpisce nel segno, perché la situazione politica nazionale dei Giovani Democratici è effettivamente molto difficile. Le varie correnti, legate ognuna al proprio padrino politico, si affrontano fra di loro, con scarsa attenzione a ciò che avviene al territorio. Intendiamoci, non credo che nelle organizzazioni giovanili degli altri partiti la situazione sia molto migliore, ma certamente noi non stiamo facendo una bella figura.
Come se ne esce?
Bisogna che il giovanile sia davvero autonomo, che si autogestisca politicamente ed operativamente e, se necessario, sappia anche criticare il partito. Non è negativo di per sé che vi siano diverse aree all’interno di un’organizzazione ampia e plurale come quella che andiamo a costruire, ma non è possibile che vengano riproposte le correnti del partito, declinate al giovanile. Se ci devono essere divisioni deve essere sui temi concreti, non sulla vicinanza con questo o con quel “padrino” politico.
Bisogna poi che il rinnovamento non sia visto soltanto come sostituzione di vecchi dirigenti con nuovi (ambito nel quale peraltro il Pd non è che si sia sforzato nemmeno tanto), ma riguardi anche e prima di tutto il movimento giovanile: via i “giovani vecchi”, che concepiscono la politica come una professione già a 20 anni (od anche, peggio ancora, a 15). Persone che per fare politica a tempo pieno non studiano, non lavorano, sperando che sia poi il partito a trovare loro un posto di lavoro. Che ricchezza possono portare ad un partito nuovo queste persone, giovani all’anagrafe, ma vecchie nel cuore? Porte aperte a gente nuova, che studia, lavora fa volontariato, sta davvero nella società, anzi: è società.
Autonomia e rinnovamento dunque. Queste sono le parole d’ordine di Generazione Democratica. Sono parole molto pronunciate e poco praticate, nel Partito Democratico come altrove, ma siamo consci che questa è l’unica via per dare un senso al movimento giovanile, e dunque per tornare ad intercettare il voto dei giovani.
La battaglia è dunque difficile, ma intendiamo combatterla. E vincerla.


Matteo Corbo

30 settembre 2008

Regolamento per le Primarie Giovanili del 17-18 ottobre

Art. 1 Costituzione dell’organizzazione giovanile del PD
1.L’organizzazione giovanile del PD si costituisce mediante elezioni primarie aperte a tutti i giovani di età compresa tra i 14 e i 29 anni che sottoscrivono l’Appello per l’Organizzazione Giovanile del Partito Democratico, nel proprio territorio di appartenenza.
2.I partecipanti alle primarie, al momento del voto, versano la cifra di 1€ quale contributo all’autofinanziamento per lo svolgimento delle stesse.
3. Le elezioni primarie si terranno su tutto il territorio nazionale, il 17 e 18 ottobre.
4.I seggi rimarranno aperti dalle 10 alle 18 il 17 ottobre e dalle 14 alle 24 il 18 ottobre, fatto salvo per seggi speciali individuati in accordo con il CPR.

Art. 2 Il “Manifesto fondativo”Il “Manifesto Fondativo” dell’organizzazione giovanile del PD, nello spirito della più ampia partecipazione, viene elaborato dal Tavolo Nazionale entro il 28 di settembre e rappresenta la base per la discussione politica nelle Assemblee Fondative Territoriali.

Art 3 Il Comitato Promotore Nazionale (CPN)
Il Comitato Promotore Nazionale coordina la fase costituente dell’organizzazione giovanile del PD. E’ convocato e presieduto da un dirigente del partito incaricato dal segretario politico.
Il CPN:
• Predispone la bozza di “Manifesto Fondativo”, lo inoltra ai Comitati promotori Regionali e Provinciali e ne cura la pubblicità e la più ampia diffusione fino alle Assemblee Fondative Territoriali.
• Predispone la Bozza di Statuto Nazionale che sarà emendata e approvata dall’Assemblea Costituente Nazionale
• Raccoglie le candidature a Segretario Nazionale ai sensi dell’art 6 comma 1 del regolamento• Nomina i Comitati Promotori Regionali, composto ognuno da 5 a 15 componenti.
• In base al numero di componenti dell’Assemblea Nazionale stabilito all’art. 10 comma 1 del regolamento assegna ad ogni Provincia, in base ad un riparto Regionale, il numero loro spettante di delegati in ragione, per il 50% in base alla popolazione di ogni regione e per il restane 50% delle percentuali prese dal PD nelle elezioni della Camera dei Deputati in ogni singola regione.
• Decade al momento dell’elezione della presidenza dell’assemblea Nazionale.

Art 4 Il Comitato Promotore Regionale (CPR)
Il Comitato Promotore Regionale coordina lo svolgimento delle elezioni primarie dell’organizzazione in ciascuna regione.
Il CPR:
• Nomina i Comitati Promotori Provinciali composto ognuno tra i 5 e i 15 componenti.• Nomina il collegio regionale dei garanti composto da 3 componenti.
• Svolge le funzioni di Presidenza dell’Assemblea Costituente Regionale.• Decade al momento dell’elezione dell’assemblea Nazionale e Regionale.

Art 5 Il Comitato Promotore Provinciale (CPP)
Il Comitato Promotore Provinciale coordina la fase costituente dell’organizzazione in ciascuna provincia.
Il CPP:
• Coordina le primarie nel proprio territorio, garantendone il regolare svolgimento.
• Individua e gestisce l’apertura dei seggi elettorali. Per l’apertura di un seggio il CPP assicura, preventivamente, la presenza di un presidente e di minimo due scrutatori. Il numero dei seggi non potrò essere inferiore alla metà dei delegati assegnati ad ogni provincia.
• Assicura la massima partecipazione alle Assemblee Fondative Territoriali o d’Ambiente ed il regolare svolgimento delle stesse. Accoglie le dichiarazioni di intenti o gli ordini del giorno presentati, discussi nelle Assemblee Fondative Territoriali o d’Ambiente.
•Istruisce la presentazione degli stessi nelle Assemblee Regionali.
•Decade al momento della convocazione dell’assemblea nazionale.

Art 6 Candidatura a Segretario nazionale
1. La candidatura a Segretario nazionale deve essere presentata al CPN entro il 3 ottobre e deve essere corredata da almeno 600 firme in non meno di 5 regioni e almeno 50 in ognuna di esse raccolte su moduli nazionali scaricabili dal sito del Pd. Ciascun candidato, oltre a sottoscrivere il manifesto dell’organizzazione, è tenuto a presentare un proprio documento politico d’intenti.
2. Il segretario Nazionale è eletto mediante elezioni Primarie aperte a tutti i giovani tra i 14 e i 29 anni lo stesso giorno delle elezioni per i delegati all’Assemblea Nazionale e Regionale.

Art 7 Assemblee fondative, territoriali o di ambiente
1. Per favorire la più diffusa partecipazione possibile alle elezioni primarie e per stimolare la più ampia ed approfondita discussione politica sono organizzate Assemblee Fondative di carattere Territoriale o di Ambiente.
2. In tutte le Assemblee Fondative Territoriali o di Ambiente devono essere previste sedute di discussione e sul Manifesto Fondativo e sui documenti politici.
3. Le Assemblee Fondative Territoriali o di Ambiente si terranno tra il 4 e il 15 ottobre e saranno promosse dai CPP.
4. I nomi dei partecipanti verranno registrati in un apposito elenco dei partecipanti.

Art 8 Elezioni dei delegati all’Assemblea Nazionale.
1. Tutti i partecipanti alle Elezioni Primarie, previo il pagamento di 1 € e la sottoscrizione dell’Appello acquisiscono il titolo di fondatori dell’organizzazione giovanile del PD.
2. I dati dei partecipanti verranno registrati in un apposito albo degli aderenti.
3. Sarà cura della Presidenza del Seggio e riportare i risultati della discussione delle votazioni al CPP, nonché l’elenco dei partecipanti.
4. I delegati all’Assemblea Nazionale si eleggono con una lista unica aperta e la preferenza singola di genere. Ogni candidato può presentare la propria candidatura al CPP entro i tre giorni precedenti il giorno delle votazioni presentando un minimo di 30 firme. Ogni persona può firmare a sostegno di una singola candidatura.
5. Nel locale del seggio devono essere esposte le liste dei candidati e delle candidate a delegato.
6. Sarà cura del Presidente del seggio riportare al CPP i risultati delle votazioni.
7. Il CPP, d’intesa con il CPR e seguendo la normativa del CPN, prevede all’interno del territorio provinciale, l’ubicazione dei seggi che concorreranno alla elezione dei delegati all’Assemblea Costituente Nazionale. Per favorire la più diffusa partecipazione possibile alle Primarie tali luoghi dovranno essere luoghi di massima visibilità e presenza giovanile ( piazze, luoghi di studio, ecc…)

Art 9 Elezioni dei delegati all’Assemblea Regionale
1. Nello stesso giorno e negli stessi luoghi delle elezioni dei delegati all’Assemblea Nazionale avvengono le elezioni dei delegati all’Assemblea Regionale.
2. I delegati all’Assemblea Regionale si eleggono con una lista unica aperta e la preferenza singola di genere. Ogni candidato può presentare la propria candidatura al CPP entro i tre giorni precedenti il giorno delle votazioni presentando un minimo di 15 firme. Ogni persona può firmare a sostegno di una singola candidatura.
3. Nelle vicinanze del seggio devono essere esposte le liste dei candidati e delle candidate a delegato.

Art 10 L’assemblea nazionale
L’assemblea nazionale è composta da 1000 membri eletti in rappresentanza delle diverse realtà regionali.
• Proclama Segretario Nazionale il candidato che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, espressi in maniera libera e segreta.
• Qualora il documento presentato dal candidato non fosse approvato nella modalità suddetta si provvederà all’elezione del Segretario nazionale con voto segreto di tutti i costituenti nazionali.• Emenda ed approva il Manifesto Fondativo.
• Elegge la direzione nazionale.
• Vota nome e simbolo dell’organizzazione.
• Approva lo statuto ( vedi partito!)
• Definisce il percorso di costruzione dei livelli territoriali.
• Convoca il primo congresso dell’organizzazione giovanile.
• Compie tutti gli adempimenti che l’assemblea stessa riterrà opportuno e svolge tutte le funzioni che gli saranno delegate dallo statuto nazionale.

Art 11 L’Assemblea Regionale
L’assemblea regionale è composta un numero di membri eletti in rappresentanza delle diverse realtà provinciali
• E’ l’organo di coordinamento e direzione politica dell’organizzazione giovanile all’interno del territorio regionale.

Art 12 Partecipazione on line
Il “Manifesto fondativo” sarà pubblicato on line su www.partitodemocratico.it i commenti,le osservazioni, le proposte di emendamento al manifesto raccolte via internet, saranno oggetto di discussione delle assemblee Fondative.

Art 13 Norme transitorie
1. Gli eletti di ciascuna provincia in assemblea regionale e nazionale hanno funzione di coordinamento politico fino a elezione degli organi territoriali;
2. L’ assemblea Regionale viene convocata per la prima volta dal CPR regionale;
3. Per quanto non previsto nel presente Regolamento si fa riferimento allo Statuto del PD e alle ulteriori deliberazioni del CPN che saranno emanate solamente ad integrazione del presente regolamento.
4. L’applicazione del presente regolamento è responsabilità del CPN che si costituirà in Ufficio Tecnico anche suddividendosi in commissioni al fine di garantire il corretto svolgimento del percorso costituente.

25 settembre 2008

Alitalia, firma vicina: Silvio come la Tatcher?Non scerziamo!

Su Alitalia pare vicino l’accordo.
Sta per partire quindi la grande macchina della mistifcazione.
Silvio ha risolto il problema, esattamente come ha fatto con i rifiuti di Napoli. E l’opposizione ha messo i bastoni tra le ruote, infischiandosene degli interessi del paese.
La storia è ben diversa e si fa presto a raccontarla.
Silvio qualche mese fa ha messo i bastoni tra le ruote al governo in carica, mettendo in fuga, complice Epifani, la miglior offerta possibile per Alitalia, quella di Air France.

I francesi garantivano il pagamento dei debiti e il rilancio della compagnia, in cambio, ma mi sembra ragionevole, volevano averne il timone.
Messi in fuga i francesi, Silvio mette in campo la cordata dei Capitani Coraggiosi ( Cai) che però hanno il fiato corto dal punto di vista economico e non hanno il know how necessario quindi prospettano non solo tagli colossali di personale, ma indirizzano la compagniad un ruolo provinciale, di piccolo cabotaggio ( la cosiddetta compagnia “di bandierina”).
Cgil, piloti e Pd ( Veltroni) insistono perchè si trovi un partner estero.
Paventando un ritorno all’origine, cioè alla soluzione osteggiata in campagna elettorale, Silvio dice: “O Cai o morte” “O si accetta il piano della cordata italiana o si va al fallimento”.
Gli antagonisti non cedono. E l’accordo che oggi si profila, dando loro ragione, prevede finalmente il socio straniero ( Air France o Lufthansa).
Il quale socio straniero prima o poi prenderà il controllo della compagnia.
Gioco dell’oca, ritorno al via?
Certo, ma con una piccola differenza: il socio straniero prenderà possesso della compagnia senza accollarsene i debiti, mentre Air France a marzo era disponibile a farlo.
Il risultato di Silvio è quindi quello di aver messo ( inutimente, visto che si poteva fare diversamente) le mani nelle tasche degli italiani, ognuno dei quali ( neonati e moribondi compresi) dovrà tirare fuori con questa soluzione 100 euro a testa.
Vittoria di Silvio?
Non scherziamo: gestione disastrosa condotta con cinismo e dilettantismo.
Ma il can can mediatico è pronto: W Silvio, nuovo Tatcher…

Vincenzo Cusumano

23 settembre 2008

IL DIBATTITO SULL'UNIVERSITÀ ITALIANA

Università, Giacon: "Sacconi contraddice se stesso e offende gli atenei del Nordest"
"Il ministro si preoccupi di precarietà e non della qualità dei nostri ingegneri"
Dopo i tagli indiscriminati della finanziaria (una riduzione di 63,5 milioni al fondo ordinario per le università nel 2009 e di oltre 400 milioni dal 2010 al 2013) e l'inutile e controproducente idea di sostituire i finanziamenti pubblici all'università con contributi privati, l'esecutivo Berlusconi lancia un'altra bordata contro gli atenei. Il Partito Democratico del Veneto reagisce alle provocazioni lanciate da Cortina dal ministro del Lavoro Sacconi.
"Avevamo già capito che i ministri Tremonti e Gelmini avevano intenzione di minare strutturalmente il sistema delle università italiane, ma non ci aspettavamo che un ministro come quello del Lavoro, per altro accreditato come rappresentante delle esigenze del Veneto a Roma, se la prendesse con gli Atenei del Nordest." Lo afferma Paolo Giacon, dell'esecutivo regionale del Veneto, in risposta delle parole del ministro Sacconi che ha bollato le università del Nordest come "autoreferenziali e troppo impegnate a produrre ingegneri per la Nasa e assai meno per l'utilizzo ordinario".
"La dichiarazione del ministro offende l'eccellenza dei nostri Atenei - attacca Giacon- ed in particolare il lavoro di tanti docenti che operano nelle nostre università e di quei ricercatori che all'estero vengono apprezzati ed adeguatamente ricompensati. Sacconi dovrebbe rallegrarsi della qualità dei nostri laureati ed invece si permette di umiliare i ricercatori italiani all'estero. Le parole pronunciate da Sacconi contengono un'evidente contraddizione: come può un ateneo "autoreferenziale" e chiuso in se stesso, essere in contatto con centri di eccellenza come la Nasa, il CERN di Ginevra, il MIT di Boston? Forse non è cosi autoreferenziale come pensa il nostro ministro!"
E Giacon rincara la dose: "Sacconi dimostra di non conoscere la realtà universitaria, e (aspetto ben più grave per un ministro con la delega al lavoro!), dimostra di non conoscere la situazione occupazionale dei nostri laureati in ingegneria. Invito il ministro a consultare gli esiti dell'indagine annuale Alma Laurea. Scoprirà che gli studenti di ingegneria sono soddisfatti della formazione ricevuta, così come sono soddisfatte le aziende del Nordest che li assumono come innovatori, manager, collaboratori".
"I dati parlano chiaro - conclude il dirigente del PD - a distanza di un anno dalla laurea l'87% dei laureati in ingegneria a Padova è occupato, mentre a cinque anni dalla laurea più del 97% dei laureati in ingegneria trova un occupazione. Piuttosto, il ministro dovrebbe spiegarci perché ad un anno dalla laurea oltre il 42 per cento dei laureati in ingegneria ha un contratto atipico e precario e quali siano i progetti dell'esecutivo Berlusconi per favorire l'occupazione stabile dei laureati."
Comunicato Stampa
Partito Democratico
del Veneto
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