11 ottobre 2008

Rinvio delle primarie dei Giovani Democratici

Le primarie dei Giovani Democratici, inizialmente fissate per i giorni 17 e 18 di ottobre, sono state rinviate a causa di una richiesta di alcuni candidati alla segreteria nazionale, i quali sostenevano di non avere avuto il tempo necessario per poter preparare la propria campagna elettorale. Il coordinamento nazionale del Partito Democratico si riunirà martedì per fissare le nuove date, che però saranno molto probabilmente i giorni 7 ed 8 novembre. Non appena arriverò la notizia definitiva, con tutte le informazioni necessarie, inseriremo immediatamente un nuovo post sul blog.
Lancio intanto però un appello a tutti i candidati ed alle persone che li stanno sostendendo: non fermiamoci! So che sarà inevitabile un certo scoramento dopo questa inattesa novità, ma l'azione politica per un partito e per un'organizzazione giovanile diversi deve assolutamente continuare.
E quindi continuiamo a raccogliere le firme, a preparare la campagna elettorale, a coinvolgere persone nuove.
Novembre arriverà presto, facciamoci trovare preparati.
Soltanto così questa lunga battaglia per il cambiamento potrà essere giocata e vinta.

10 ottobre 2008

Da Europa del 4-10-08

Fin dall'età della pietra, la poitica delle organizzazioni giovanili dei partiti è stata la parodia di quella dei grandi. Sicché, quando una ventiquattrenne radicale cresciuta alla politica da Marco Cappato si è candidata alle primarie già prenotate da un paio di young democrats di provata fede, si è potuto scrivere che alla parodia dello scontro fra i nipotini di D'Alema, Veltroni e Rutelli si aggiungeva anche la pronipote di Pannella. In effetti, lo schema entrista dei giovani radicali ricalcava quello già tentato due estati fa dal capostipite, quando invano Pannella cercò di infilarsi nelle primarie degli adulti poi vinte da Veltroni. Giulia Innocenzi ha avuto più fortuna e adesso pare avere le carte in regola per contendere la leadership dei piccoli al più quotato Fausto Raciti e agli altri candidati, Dario Marini e il delegato giovanile di Rosy Bindi, Salvatore Bruno.
Se in queste righe si avverte un tono leggero è solo perché i giovani devono sapere che la parodia è appunto un genere letterario un passo prima della farsa: possono quindi prenderla con un po' di spirito, atteggiamento che non sempre avverte chi li frequenta o li sfiora. Detto questo, la vicenda è invece serissima: perché coin- volge passioni sincere; e perché a noi pare decisiva per capire se esisterà un Pd dopo questo Pd, e come sarà.
Proprio i radicali e la loro bionda candidata luissina tornano utili come cartina di tornasole.
Un po' per antipatia innata, un po' per amore delle regole, un po' per ragionata avversione politica, molti adulti del Pd considerano grave l'incursione teleguidata da Cappato e rivendicano il rispetto della norma che avrebbe dovuto tener fuori dalle primarie giovanili chi non è cresciuto nel cortile di casa.
Niente contro la Innocenzi, molto contro l'abitudine radicale di volersi infilare (a tanti la vicenda delle elezioni politiche non è ancora andata giù). C'è chi dice che' stanno entrando nel Pd senza dichiararlo e pagare dazio, e c'è chi dice al contrario che siccome non stanno entrando nel Pd (infatti tengono il proprio apparato intatto) non dovrebbero cercare di condizionarne la vita interna. Si prescinde in genere dal valutare nel concreto come procede l'esperienza dell'alleanza, che in parlamento e in molte amministrazioni locali vede democratici e radicali procedere d'intesa. Il punto che vorremmo sollevare è però che queste valutazioni importanti nel giudicare l'alleanza fra adulti - dovrebbero essere abbandonate nel momento in cui la parola passa alle generazioni del Pd futuro. Attenzione, perché si parla adesso di radicali ma il discorso varrebbe per giovani socialisti, cattolici, liberali, e soprattutto per la gran massa dei nati alla politica nell'epoca dell'Ulivo (non necessariamente nell'Ulivo), quindi fuori dalle esperienze politiche classiche. Bisognerebbe lasciare che i ragazzi facciano ciò che è impossibile chiedere agli adulti: che si battano e si sbattano per far vivere un partito democratico vergine, alimentato dalla loro esperienza e non costretto negli schemi delle appartenenze precedenti.
Ci spiegano che è utopia, o ingenuità, perché ognuno di questi ventenni risponde a un capocordata secondo logica di cooptazione. Sospettiamo che sia vero, anche se parodistico. Ma semmai questi ragazzi andranno a girare per scuole e quartieri chiedendo voti e consensi, scopriranno che non è nel nome di quel capocordata che li conquisteranno. Più facile spendersi la faccia propria, e fare massa critica con un patto generazionale orizzontale. Se la Innocenzi riesce dove Pannella ha fallito, è perché l'universo giovanile non comprenderebbe un'esclusione che apparve invece perfettamente comprensibile (la si condividesse o meno) nei confronti di quell'elefante della politica italiana che è il leader, radicale. Applicate lo stesso metodo alla dialettica fra i nipotini di Veltroni e D'Alema, e magicamente vedrete sfarinarsi i macigni che rendono la vita interna del Pd così bloccata, e lontana dalla realtà del paese.


Stefano Minichini

9 ottobre 2008

Api folli

Bernard Mandeville, medico, economista e filosofo inglese vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, raccontava la storia di un alveare in cui ogni ape, guidata dall'egoismo, lavorava per sé e tutte le api forti e giovani non si curavano di quelle vecchie e malate, che morivano, facendo sì che l'alveare fosse efficiente e florido. Un giorno però arrivò un ape che predicava l'altruismo e l'uguaglianza, così le api cominciarono a prendersi cura l'una dell'altra, quando poi arrivò l'inverno non avendo abbastanza scorte tutte le api morirono.
Questa favola è stata da sempre considerata come un'ottima semplificazione del pensiero liberista: coltivare l'interesse personale porta al benessere dell'intera società.

Ho letto il discorso fatto a Toulon il 25 settembre da Nicolas Sarkozy.

Il presidente è intervenuto per parlare riguardo alla crisi economica che sta sconvolgendo tutto il mondo. Mi hanno colpito molto alcune espressioni incisive che lui ha indirizzato verso l'idea di mercato "deregolarizzato". Dice Sarkozy:

"La génération qui avait vaincu le communisme avait rêvé d'un monde, où la Démocratie et le marché résoudraient tous les problèmes de l'humanité. Elle avait rêvé d'une mondialisation heureuse qui vaincrait la pauvreté et la guerre.
Ce rêve a commencé à devenir réalité : les frontières se sont ouvertes, des millions d'hommes ont été arrachés à la misère, mais le rêve s'est brisé sur le retour des fondamentalismes religieux, des nationalismes, des revendications identitaires, sur le terrorisme, les dumpings, les délocalisations, les dérives de la finance globale, les risques écologiques, l'épuisement annoncé des ressources naturelles, les émeutes de la faim .
Une certaine idée de la mondialisation s'achève avec la fin d'un capitalisme financier qui avait imposé sa logique à toute l'économie et avait contribué à la pervertir. L'idée de la toute puissance du marché qui ne devait être contrarié par aucune règle, par aucune intervention politique, était une idée folle.

L'idée que les marchés ont toujours raison était une idée folle
."

"Questo sogno ha cominciato a divenire realtà: le frontiere si sono aperte, milioni di uomini sono stati sottratti alla miseria, ma il sogno si è infranto sul ritorno dei fondamentalismi religiosi, dei nazionalismi, delle rivendicazioni identitarie, sul terrorismo, i dumpings, le delocalizzazioni, le derive della finanza globale, i rischi ecologici, il termine annunciato delle risorse naturali, i moti della fame.
Una certa idea di mondializzazione si raggiunge con la fine di un capitalismo finanziario che aveva imposto la sua logica a tutta l'economia e aveva contribuito a pervertirla.
L'idea dell'onnipotenza del mercato che non doveva essere contraddetto da alcuna regola, da alcun intervento politico, era un'idea folle.

L'idea che i mercati hanno sempre ragione era un'idea folle"

Tralasciando il grossolano errore storico che Sarkozy commette nel descrivere la fine del comunismo come una vittoria dell'occidente, è inevitabile pensare, leggendo queste righe, al nostro beneamato (mica tanto) governo, al ministro Giulio Tremonti, una volta paladino della cosiddetta "deregulation" e che ora, mutando la pelle, senza tanto rumore è passato dalla parte di chi una volta contestava, dando prova di incoerenza e opportunismo, o al cavaliere Berlusconi, che nelle sue dichiarazioni non accenna neppure all'idea che possa essere il sistema ad essere sbagliato, ma parla solo di qualche mascalzone che va punito.
La finanza creativa ha dimostrato di essere fallimentare e devastante per l'economia del mondo occidentale, non è bastato il 1929 a dimostrarlo, ci siamo ricaduti dagli anni '70 fino ad ora: lo stato deve continuare a impicciarsi dell'economia solo quando gli interessi dei potenti rischiano di fare una brutta fine (e con loro, purtroppo, anche i soldi di tanti piccoli risparmiatori).
Ecco Mandeville che si scioglie al sole e le sue api che non si sono mai preoccupate dell'alveare e ora pretendono di prendersi il miele, volano sempre più a fatica. Il liberismo sfrenato invece di produrre ottimo miele ha stecchito pure le api più sane e forti.
Eppure chi ieri sosteneva "idee folli" si trova ora al potere, dovendo gestire una situazione tragica creata dalle sue stesse idee e con ipocrita faccia tosta parla di singoli malfattori, dimostrando di non aver capito (o fingendo di non aver capito) un tubo di cosa sta succedendo nel mondo, oppure (e parlo del presidente francese), con ancora più faccia tosta assegna queste idee a un'indefinibile entità terza , a un'idea diffusa, che non si sa bene a chi attribuire. Beh facciamoli i nomi, diciamo pure che a portare a questa crisi sono state le destre, in primo luogo la Tatcher, Reagan, Bush senior, nel nostro piccolo Berlusconi e la sua conventicola. E monsieur Sarkozy di sicuro non può chiamarsene tanto fuori.
Grazie a loro il mondo finanziario ha agito sempre come se fosse slegato dal mondo produttivo, condividendo con esso solo la sua crisi e non il suo fiorire portato da operazioni prive di garanzia alcuna, in una realtà in cui è mille volte più conveniente intraprendere azioni finanziarie che produttive, le prime praticamennte a costo 0, le seconde tassate spesso oltre il 50%.
Quando, invece, il governo Prodi si azzardò a proporre di tassare le rendite finanziarie al 20% si creò un putiferio e invece questa crisi dimostra che ancora una volta il professore ci aveva visto lungo, ma nessuno renderà merito alla sinistra.

Ora le destre metteranno per un po' Mandeville nel cassetto per ritirarlo fuori tra qualche anno, giusto il tempo di farci pagare le conseguenze delle loro idee folli.


Giovanni Venturelli

8 ottobre 2008

IL DIBATTITO SULLA FUGA ALL’ESTERO DELLE MIGLIORI RISORSE DEL NORDEST: COME DIVENTARE UN POLO DI ATTRAZIONE DI CERVELLI

Il professore ha appena terminato di scrivere sul libretto universitario la votazione dell’esame: “trenta/trentesimi”. Si toglie gli occhiali e punta il suo sguardo severo dritto negli occhi dello studente dicendo: “Lei promette bene, voglio darLe un consiglio: ha qualche particolare ambizione professionale?” Ipotizzando una risposta affermativa dallo studente, il docente aggiunge: “E allora se ne vada via, se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finchè è in tempo! Cosa vuole fare? Il chirurgo? Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi o in America, se ne ha la possibilità. L’Italia è un Paese da distruggere, un posto bello ed inutile. Qui rimane sempre tutto immobile. Uguale. In mano ai dinosauri”.
Questa scena non si è verificata qualche giorno fa in uno degli Atenei del NordEst, ma è tratta dal film, “La Meglio Gioventù”, di Marco Tullio Giordana. Certo le parole amare e disincantate del docente si sentono spesso in televisione e sulla stampa. Per i miei coetanei l’Italia rischia di rimanere un luogo carico di affetti, di speranze e di sogni, ma gravido di potenziali delusioni, anche professionali. Specialmente per coloro che scelgono la strada dell’università, della ricerca, delle professioni intellettuali. Leggo senza sorpresa la recente inchiesta de Il Gazzettino che denuncia come le migliori risorse del NordEst siano indotte a lasciare le nostre città ed i piccoli comuni per motivi economici, di carriera, di opportunità. Ed inevitabilmente penso a molti amici e volti che ho conosciuto negli anni universitari: penso al talento artistico ed umanistico di Maddalena che divide il suo impegno di ricercatrice tra il Belgio, la Spagna ed il Portogallo, penso all’economista Laura, un vulcano di idee e di risorse, assunta da piu’ di un anno in un centro di ricerca a Parigi e Marco, genio del computer e dell’informatica, che dopo un dottorato in California ora lavora in Google. Questi sono i piccoli grandi semi del NordEst che stanno sbocciando in altre parti dell’Europa e del mondo e che, con grande probabilità ormai il NordEst ha perso. Non credo tuttavia che questo sia un problema. Innanzitutto perche’ la scienza, il sapere e la ricerca non hanno confini geografici: sarebbe assurdo e controproducente invocare forme di protezionismo o federalismo accademico o intellettuale. In secondo luogo condivido le motivazioni illustrate recentemente da Ilvo Diamanti: viviamo in un sistema aperto, non possiamo piu’ rimanere ancorati all’idea di un NordEst chiuso, autosufficiente, anche per quanto riguarda il mercato del lavoro delle professioni intellettuali e della ricerca. “Se gran parte dei giovani ritiene necessario andarsene dall'Italia, - scrive il sociologo Diamanti- per inseguire un lavoro più adeguato alle loro competenze e alle loro aspettative, allora, meglio lasciarli andare. E se non ne hanno troppa voglia, invitiamoli a partire”. Cerchino dunque condizioni di vita piu’ favorevoli, sbocchi professionali all’altezza della preparazione ricevuta e delle loro ambizioni, un ritorno economico piu’ dignitoso ed equo di quanto potrebbero ottenere nel nostro Paese.
Molti politici ed opinionisti sono preoccupati per il fenomeno definito “fuga dei cervelli”: forse non dormono la notte pensando ad un potenziale vuoto di idee, proposte e risorse che incombe sul NordEst. E al mantra della “fuga dei cervelli” si sostituisce quello del “rientro”. Da questo punto di vista l’esito della legge Moratti-Berlusconi sul rientro dei cervelli è quasi vergognoso: da una recente ricerca pubblicata nel novembre 2007 risulta che a fronte di oltre 50 milioni di euro spesi e di 466 potenziali docenti che sono rientrati in Italia, solo 45 sono stati stabilizzati dai nostri Atenei. Un vero e proprio fallimento, se paragoniamo l’esito dell’analoga iniziativa spagnola che ha visto oltre il 50% dei docenti rientrati assunti dalle università.
Se dunque è opportuno adottare un atteggiamento “lasse faire” per quanto concerne il fenomeno della fuga dei cervelli e se i programmi di rientro si rivelano inefficaci nel contesto italiano, dobbiamo rassegnarci ad un futuro di declino? No, di certo. E’ necessario tuttavia identificare la vera sfida che il sistema economico sociale e politico nazionale deve affrontare. Abbandonando la retorica della fuga, dobbiamo lavorare sull’opportunità di diventare un polo di attrazione internazionale per le risorse intellettuali. Non dobbiamo impedire che i nostri giovani espatrino, ma dobbiamo realizzare le condizioni di sistema per attrarre le migliori competenze dal Giappone, dalla Cina, dal bacino del Mediterraneo e perche’ no, anche dagli Stati Uniti. Solo cambiando radicalmente la mentalità e cioè ragionando in un ottica di “attrazione dei cervelli” e non piu’ di fuga, riusciremo a produrre innovazione e garantire la competitività e la sostenibilità nel lungo periodo del nostro sistema economico e sociale. Le possibili linee di intervento non si limitano solo al miglioramento del trattamento economico delle professioni intellettuali, dei manager, degli innovatori o allo sforzo di rendere i territori piu’ culturalmente attraenti e fervidi secondo i suggerimenti di Richard Florida. Possiamo fare molto di più, ad esempio garantendo un orizzonte davvero internazionale alla formazione universitaria, promuovendo corsi di laurea e dottorato in lingua straniera, stringendo accordi specifici con università e Paesi Esteri emergenti come Brasile, India e Russia senza dimenticare di guardare al bacino Mediterraneo come un “mare nostrum” di competenze di talenti, di competenze, di risorse qualificate da attrarre nel nostro Paese. Solo in questo modo potremo trasformare il Nordest da terra di brain drain in un polo di attrazione di talenti, risorse e competenze, archiviando l’Italia dei dinosauri, della conservazione, l’Italia senza idee e senza ambizioni, che rischia di spegnere la voglia di innovazione e cambiamento dei ventenni e dei trentenni.

Paolo Giacon
Esecutivo Regionale del Partito Democratico del Veneto

7 ottobre 2008

Processo Mills, il Lodo non basta, il Caimano rischia grosso.

I giudici di Milano hanno inviato alla corte Costituzionale il Lodo Alfano: sarà la Consulta a decidere se è coerente con la nostra Carta Costituzionale una legge ordinaria che garantisce l'immunità a 4 cittadini( anche se è ovvio che la legge è stata fatta per le esigenze di un solo cittadino).

Ma è accaduto anche quello che l'avvocato del premier Ghedini, vero artefice nemmeno troppo le quinte del Lodo Alfano, temeva di più.

Il processo continua!!!!

Chi ha scritto la legge, causa la vigilanza del Capo dello Stato, che non avrebbe firmato, non è arrivato fino al punto di prescrivere la sospensione dei procedimenti a carico dei correi.

Accade così che , mentre il processo si ferma per Berlusconi, l'imputato di corruzione protetto dal lodo, continua per Mills, accusato dello stesso reato. Fosse condannato Mills, si avrebbe quindi una sentenza che afferma che c'è stata corruzione, con un corrotto ( Mills ) e un corruttore ( Berlusconi).

Catastrofe inimmaginabile per il premier.

Nonché grosso casino giudiziario per parlar chiaro.

Infatti, una volta condannato Mills, Berlusconi avrebbe diritto ad un nuovo processo, che però potrebbe essere celebrato solo una volta che il Lodo fosse definito incostituzionale oppure, se la Consulta lo convalidasse, solo una volta che il premier non fosse più tale ( e nemmeno presidente della Repubblica o di uno dei due rami del parlamento).
Questo processo non potrebbe più essere celebrato dall'attuale corte, che, avendo già emesso una condanna sulla stessa vicenda, non potrebbe più essere considerata "super partes".
Il nuovo collegio giudicante a quel punto, magari tra qualche anno, con Berlusconi quasi ottuagenario, potrebbe assolvere Berlusconi, con il conseguente paradosso giuridico: condannato il corrotto, si assolve il corruttore.
Ma non sono certo i paradossi giuridici quelli che turbano il premier ( le sue leggi sono lì per dimostrarlo) .
Quello che lo turba è il gravissimo contraccolpo di immagine che ricaverebbe da una condanna di Mills.
E, ovviamente, non si preoccupa di quello che direbbero in Italia, dove una banda di corifei alla guida di buona parte dei tg più importanti, è già pronta ad oscurare in tutti i modi la notizia, ma di quello che direbbero all'estero.
Il premier è convinto di avere contribuito con la sua politica al prestigio dell'Italia e teme che questa vicenda possa danneggiarlo moltissimo sul piano dell'immagine.

Da questo punto di vista, però, possiamo tranquillizzarlo.
Né la sua politica, né, tanto meno, le sue performance ( v. la sceneggiata al Parlamento Europeo di qualche anno fa con gli insulti a Shultz) hanno dato prestigio all'Italia.La condanna di Mills aggiungerebbe al quadro che hanno di lui nel mondo solo qualche pennellata in più.
Perché, parliamoci chiaro, Silvio non è De Gasperi.
E nemmeno Fanfani.
E' Silvio e basta.
Cioè un pifferaio seguito da una banda sempre più folta di topi.
Italiani.


Vincenzo Cusumano

6 ottobre 2008

L’apartheid: viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo a Nord-est

Titolo: L’apartheid: viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo a Nord-est
Autore: Toni Fontana, nato a Feltre (Belluno) e giornalista del L’Unità
Introduzione: Walter Veltroni
Capitolo 14: I venti anni di Meryem Note: questa storia non è inventata, ma vera. La ragazza è fatta di carne e ossa che potete vedere QUI e la sua battaglia è testimoniata in numerosi articoli come QUESTO.

I VENTI ANNI DI MERYEM
Ormai vengo spesso in piazza dei Signori , bella e accogliente, con i tavolini del bar ‘Signori e signore’ sempre pieni di gente e i camerieri che trottano tra un tavolo e l’altro. Meryem è puntualissima, “Sai” esordisce indicando i tavolini della pizzeria che si affaccia sulla piazza centrale di Treviso “ho lavorato lì per alcuni mesi e questi luoghi li conosco bene.”
Meryem ha 21 anni, è carina, i capelli crespi e nerissimi coprono un viso minuto e delicato, un po’ nascosto dagli occhialini.
Non si può non crederle quando dice che sugli autobus si rivolgono a lei parlando in italiano e si lamentano degli extracomunitari, salvo poi fare un passo indietro quando scoprono che è marocchina. Ma se non è lei a dirlo è difficile, se non impossibile, scoprirlo. Parla con un accento della Marca, non molto evidente e percepibile, ma padroneggia così bene l’italiano che non passa per la mente di chiederle da quale paese proviene.“Avevo dieci anni quando mio padre mi ha portata in Italia da Casablanca, lui viveva qui da molti anni, dal 1987, e aveva già girato diverse città prima di stabilirsi a Treviso, era stato per un certo periodo anche in Spagna. Subito ho fatto amicizia con altre bambine italiane e ho imparato la lingua, all’inizio non ho incontrato problemi. Poi quando ho iniziato la quinta elementare ho cominciato a sentire le prime battute razziste.” […]
Ora Meryem studia economia internazionale all’università di Padova e lavora “per alcune ore, ma con contratto a tempo indeterminato” per un’importante catena di grandi magazzini. Il lavoro non manca , non si tratta di nascondere il fatto che qui nella Marca le occasioni sono cento volte più numerose che in altre parti d’Italia. Ma qui sta il punto. Di quale integrazione stiamo parlando?
“A scuola, soprattutto alle medie, mi offendevano quasi tutti i giorni” ricorda Meryem “io mi sono abituata a rispondere, fin che è possibile mi difendo con le parole, quando superano il limite e non vi sono alternative, meno le mani”.
La ragazza è delicata e cortese, educata e parla con estrema calma, è difficile immaginarla mentre prende a sberle qualche coetaneo che, mi viene da pensare, se l’è andata a cercare.
“Se non reagisci,” prosegue “ti abitui a subire, a non contrastare. Alcuni studenti di origine marocchina come me non ce la fanno a reagire, sono intimoriti, incassano. Ma ciò è molto pericoloso perché chi subisce finisce poi per covare rabbia e aggressività e quando poi cresce si sfoga sviluppando una violenza cento volte superiore. Non mi sono mai occupata di politica e ho sempre accarezzato un sogno, quello di formarmi e studiare qui nel Veneto e poi andarmene, da qualsiasi parte, in un luogo in cui la mentalità è più aperta. Qui hanno osato dire che veniamo dalla savana, che non abbiamo cultura. Molti di noi si nascondono, si vergognano di venire da un altro paese, di possedere altri valori ed insegnamenti. L’altro giorno stavo sull’autobus. Spesso, anzi quasi sempre, mi scambiano per un’italiana, una donna ha iniziato a parlare male degli immigrati e quando le ho detto che sono nata in Marocco ha fatto un passo indietro.[…]
Ora Meryem, Amina, Tahra e tante altre e tanti altri hanno fondato il gruppo Seconda Generazione che, scoprirò l’indomani, ha anche il sottotitolo: “Associazione padana per la tutela dei diritti dell’uomo e per il volontariato”. “Stiamo cercando una sede, siamo tutti giovani figli di immigrati, i genitori di molti di noi, come me, hanno il passaporto italiano e votano alle elezioni. Per domani abbiamo promosso la seconda manifestazione di protesta, poi, per un mese, ci dedicheremo solamente al volontariato. Ci occupiamo del recupero di coloro che cadono vittime della droga e dell’alcol. Abbiamo convinto due ragazzi a tornare a casa e a riprendere la scuola. Aiutiamo gli insegnanti di sostegno,i bambini che devono imparare l’italiano, ma alcuni valori, come quello della lealtà, devono essere insegnati solo da maestri madrelingua. Andremo negli ospedali per aiutare le gestanti che non parlano italiano, i malati che non riescono a farsi capire.”
L’integrazione? “Noi puntiamo sulla convivenza, sulla possibilità di vivere tutti assieme. Io e alcune mie amiche vogliamo andarcene di qua, ma molti di noi vogliono restare e sperano in un futuro migliore. Se le cose non cambieranno finirà come nelle banlieue di Parigi. Non ho paura del carcere se ci dovrò finire per difendere i miei diritti. […]
Noi stiamo lavorando per la terza generazione, quella che verrà, quella dei nostri figli che non sono ancora stati concepiti. La nuova generazione, quella che verrà dopo la nostra, vivrà in condizioni migliori, la società sarà abituata alla convivenza, anche la prossima generazione dei veneti non sarà razzista, per loro sarà normale stare assieme a giovani italiani nipoti dei primi immigrati. Se non me ne sarà andata manderò a scuola i miei figli in una società nella quale le discriminazioni saranno un lontano ricordo.”

Consiglio a tutti di leggere il libro di Toni Fontana, uscito da poco nelle librerie e propongo al giovanile di contattare Meryem e lavorare con lei per la prossima generazione, quella che verrà, che vivrà in condizioni migliori. Non è Meryem e chi come lei a dover lasciare il Veneto. Lei arricchisce Treviso dove vive e Padova dove studia. Lei e le sue amiche non sono una minaccia per la nostra cultura, la nostra storia e le nostre tradizioni. Abbiamo qui vicino una persona in carne ed ossa che incarna il più profondo spirito europeo di ricerca della libertà e la tolleranza della religione musulmana non fondamentalista. Non possiamo lasciarla sola, né lasciarci scappare l’opportunità concreta di fare qualcosa di importante.


Laura Frigo

3 ottobre 2008

Crocetta, simbolo dell'antimafia "Basta divisioni, entro nel Pd"

Il sindaco pdci di Gela minacciato dalle cosche e rieletto con il 64% dei voti "Ne parlerò prima con Diliberto: troppi ideologismi". L'incontro con Veltroni

ROMA - Dice che la "sinistra radicale rappresenta ormai un politica vecchia" perché "non c'è più solo il conflitto sociale, il mondo è cambiato e non hanno senso le divisioni dei progressisti". Rosario Crocetta è il sindaco di Gela, sindaco antimafia, protagonista, suo malgrado ovviamente, di conversazioni intercettate tra boss di Cosa nostra dove viene additato come un nemico, sei uomini di scorta giorno e notte. Crocetta è il fiore all'occhiello del Pdci, primo cittadino rosso in una terra dominata dal centrodestra, confermato per il secondo mandato con il 64 per cento.
"Il comunismo per me significa condividere certi valori, lottare per gli ultimi, per la Costituzione, per l'antifascismo. Ma non amo le ideologie e non sono mai stato marxista, neanche da giovane". Insomma, Crocetta ha incontrato Veltroni venerdì scorso in Sicilia, da tempo subisce il pressing del suo amico Beppe Lumia, senatore del Pd, e sta per fare il salto: lascia i comunisti italiani e aderisce al Partito democratico.

Non ha ancora preso una decisione definitiva. "Sto riflettendo". Parlerà con Oliviero Diliberto. Ma la scelta appare davvero vicina. Veltroni vuole portarlo sul palco della manifestazione del 25 ottobre, simbolo della Sicilia onesta che può persino vincere in una terra dominata dal centrodestra. Lui ha già pronunciato un mezzo sì: "Mi convince il progetto di cambiamento di Veltroni. È un politico contemporaneo, ha letto una mia intervista, mi ha chiamato, ci siamo capiti. Mi piace l'idea di una formazione politica post ideologica, un progetto che parla a tutta la società italiana". Naturalmente un sindaco antimafia ha anche bisogno di non rimanere solo con la sua battaglia. "La sinistra radicale non è più rappresentata in Parlamento e io devo avere un interlocutore. Lo faccio non tanto per me, non perché ho paura ma per il mio ruolo, per il mio lavoro".

Alle assemblee del Pdci il disagio di Crocetta cresceva via via: "Lì la Confindustria resta un nemico di classe. Ma quando torno in Sicilia, l'associazione degli imprenditori è una mia alleata nella lotta al pizzo, così come il comitato antiracket di Tano Grasso". Crocetta poi non crede all'efficacia di una "semplice testimonianza, di una battaglia di nicchia". E il comunismo? "Quello in cui mi riconosco lo sento anche nelle parole di Veltroni: solidarietà, difesa dei poveri, legalità. E il Pd non può rinunciare a questi capisaldi".

Il sindaco di Gela non nasconde la sua omosessualità. Senza sbandierarla, senza farne la cifra del suo stare in politica. Ma nel Pd troverà i fronti contrapposti nella partita sui diritti. "Molti anni fa guidavo un'unità di fabbrica dell'Eni con 600 operai. Se il mio essere omosessuale lì non è stato un problema, figuriamoci nel Partito democratico. Io sono omosessuale, cattolico praticante, vado a messa tutte le domeniche, partecipo a un gruppo pastorale. Non credo negli steccati, ma solo nel confronto". Parole che piaceranno a Veltroni.
Articolo di GOFFREDO DE MARCHIS
Tratto da La Repubblica del 1/10/2008
LINK originale

1 ottobre 2008

Le critiche della Destra ed i problemi del giovanile: come reagire

Il 27 settembre è uscito sul Il Giornale un articolo di Luca Telese, che descrive il processo di formazione dei Giovani Democratici. Questo articolo presenta un quadro nazionale frammentato e complesso e ovviamente mette in cattiva luce la situazione attuale. Scelta politica ovviamente...altro che cronaca. Appare inoltre particolarmente di cattivo gusto utilizzare fatti della vita privata, in particolar modo sentimentale, delle persone per sostenere l’esistenza di alleanze politiche, come fa Telese nell’articolo citato. Un’altra riflessione viene però da fare: l’articolo colpisce nel segno, perché la situazione politica nazionale dei Giovani Democratici è effettivamente molto difficile. Le varie correnti, legate ognuna al proprio padrino politico, si affrontano fra di loro, con scarsa attenzione a ciò che avviene al territorio. Intendiamoci, non credo che nelle organizzazioni giovanili degli altri partiti la situazione sia molto migliore, ma certamente noi non stiamo facendo una bella figura.
Come se ne esce?
Bisogna che il giovanile sia davvero autonomo, che si autogestisca politicamente ed operativamente e, se necessario, sappia anche criticare il partito. Non è negativo di per sé che vi siano diverse aree all’interno di un’organizzazione ampia e plurale come quella che andiamo a costruire, ma non è possibile che vengano riproposte le correnti del partito, declinate al giovanile. Se ci devono essere divisioni deve essere sui temi concreti, non sulla vicinanza con questo o con quel “padrino” politico.
Bisogna poi che il rinnovamento non sia visto soltanto come sostituzione di vecchi dirigenti con nuovi (ambito nel quale peraltro il Pd non è che si sia sforzato nemmeno tanto), ma riguardi anche e prima di tutto il movimento giovanile: via i “giovani vecchi”, che concepiscono la politica come una professione già a 20 anni (od anche, peggio ancora, a 15). Persone che per fare politica a tempo pieno non studiano, non lavorano, sperando che sia poi il partito a trovare loro un posto di lavoro. Che ricchezza possono portare ad un partito nuovo queste persone, giovani all’anagrafe, ma vecchie nel cuore? Porte aperte a gente nuova, che studia, lavora fa volontariato, sta davvero nella società, anzi: è società.
Autonomia e rinnovamento dunque. Queste sono le parole d’ordine di Generazione Democratica. Sono parole molto pronunciate e poco praticate, nel Partito Democratico come altrove, ma siamo consci che questa è l’unica via per dare un senso al movimento giovanile, e dunque per tornare ad intercettare il voto dei giovani.
La battaglia è dunque difficile, ma intendiamo combatterla. E vincerla.


Matteo Corbo
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